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Io

Imprenditore | Autore | Vlogger | Public speaker

1 moglie (santa), 3 figli (per ora) e imprenditore fallito (per ora).

Sono un comunicatore, autore, vlogger e public speaker.

Realizzo strumenti, contenuti ed eventi che possano aiutare i genitori nell’educazione dei propri figli ad un uso consapevole della tecnologia e a superare la paura di sbagliare.

Posso mica essere l’unico che sbaglia così tanto. E lasciamoli sbagliare sti bambini..

Questo blog nasce dentro di me/nel mio cuore e nella mia testa il 7 giugno 2014. Il mio primo figlio Filippo aveva poco più di 3 mesi e mi trovavo al mare per un weekend con la famiglia . La mia startup Sinba aveva 19 mesi (ormai misuro tutto in mesi come per i figli) e il mio socio Alessandro ed io eravamo in pienissima fase di sviluppo del prodotto (Sinba era un’app che serviva per pagare nei negozi senza fare coda alla cassa).

I mesi precedenti quel 7 giugno erano stati molto intensi e stimolanti. Finalmente Sinba aveva un grande team di persone competenti e stavamo iniziando a trasformare in realtà il nostro sogno, dopo che anche il mio primissimo sogno, quello di sposare Francesca e diventare padre, era diventato realtà.

Insomma, ero felice! Avevo tutto ciò che il mio cuore e la mia creatività erano riusciti a desiderare.

La mattina di quel 7 giugno però mi accorsi di una cosa che non avevo ancora notato. Ero seduto sul divano con Filippo sulle mie gambe. Stavamo giocando dopo cena, mentre Franci stava sistemando la cucina (santa donna). Avevo appoggiato sul bracciolo del divano il mio iPhone perché indossavo ancora il costume e non avevo tasche dove tenerlo. I costumi con le tasche costano troppo cari e ormai ero padre, capite a me.. Per avere le mani libere per giocare con Filippo lo avevo appoggiato e ad un certo punto vedo Filippo si sbilancia per avvicinarsi al telefono. Lo agevolo per capire che intenzioni avesse e noto che va dritto a premere il tasto home. Va dritto è un eufemismo, ma a 3 mesi era il suo modo per andare il più dritto possibile. Dopo un paio di tentativi a vuoto riesce a premerlo e ad illuminare lo schermo e appena ci riesce ride. Lo schermo si spegne, lui preme di nuovo, lo schermo si accende e lui ride. Va avanti così per 3/4 volte finché provo a darglielo in mano per vedere cosa ne facesse, ma non riusciva a tenerlo in mano. Era troppo grande per le sue manine. Non sapevo bene cosa significasse quella cosa, ma mi aveva toccato qualche corda particolare.

Non ci faccio più caso ed il weekend finisce fra bagnetti nella piscinetta e pannolini sporchi di sabbia, ma quell’estate l’episodio si ripete altre volte. Sempre detto io che la salsedine non fa poi così bene..

 

A settembre il mio socio Alessandro si laurea in ingegneria nucleare col massimo dei voti (che invidia, io l’unica volta che ho preso il massimo di qualcosa è stato quando ho completato la raccolta punti del supermercato per prendere il set di asciugamani che poi erano pure finiti, e dovevi aggiungere 9.99€. Con 30€ li abbiamo presi nuovi e più belli), mentre io chiudo le ultime consulenze e decidiamo di dedicarci full time a Sinba per 3 mesi. Ci diamo tempo fino a Natale, o troviamo l’investitore o ci cerchiamo un lavoro e Sinba la sviluppiamo la sera e i weekend. Ci candidiamo al programma TV di Italia 1 Shark Tank e continuiamo a lavorare.

Ogni tanto vedevo Filippo lanciarsi sul mio telefono o su quello di Francesca, che essendo bianco lo attirava ancora di più, e premere il solito tasto home. Mi chiedo come facciano i neonati di oggi che Apple ha tolto il tasto home, ma va beh, quando era neonato Filippo si che si stava meglio, mica come oggi con questi smartphone senza tasti…

Filippo premeva e a me si muoveva qualcosa, ma non capivo cosa. Sminuivo questi suoi gesti catalogandoli come azioni inconsulte di cui lui nemmeno si rendeva conto.

 

A metà dicembre ci chiamano per il casting del programma di Italia1. Se il provino dovesse andare bene e ci dovessero prendere, avremo la possibilità di presentare Sinba a 5 famosi investitori in prima serata davanti a milioni di persone. Wow.

La sera torno da Roma, dove si è svolto il provino, stanco ma contentissimo e super eccitato. So di aver commesso alcuni errori per via dell’agitazione, ma so anche che il nostro progetto è piaciuto e che tutto sommato la mia faccia da c… schiaffi è stata valorizzata.

Racconto tutto a Franci e a Filippo, che ormai aveva quasi 7 mesi, e faccio vedere loro le foto dei provini e faccio lo slide con il dito sullo schermo per scorrere le foto. Appena appoggio il telefono sul divano di casa, Filippo allunga la mano e con praticamente tutte le sue dita tozze inizia a fare lo swipe fra le foto. Guardo Franci e le dico più o meno così: “Cioè, sto qui ha già capito come guardare le foto sul telefono?! altro che app per pagare senza fare coda alla cassa, chissà cosa si inventerà tuo figlio”..

A quel punto non ho più potuto far finta di niente e ho dovuto prendere atto che c’era qualcosa!

 

Ho iniziato a cercare informazioni su internet e parlare con altri genitori per capire come fosse possibile che un bambino di 3 mesi avesse capito che premendo il tasto home del telefono si illuminava lo schermo e che a 6 mesi facendo scorrere il sito (o l’intera mano insomma) riusciva a vedere l’album di foto, ma mi sono accorto che su internet si trovava poco e soprattutto gli altri genitori non sapevano darmi risposte, anche se molti altri genitori avevano notato comportamenti simili da parte dei loro figli.

 

A furia di cercare online e parlare con le persone ho iniziato a trovare i primi libri. Che fatica trovare libri utili e con contenuti intelligenti..

I pochi libri fatti più o meno bene citavano alcune ricerche di università importanti che avevano iniziato ad analizzare questo fenomeno e a fare un po’ di ricerca scientifica in merito, ma anche le ricerche non davano risposte certe. Alcune erano a favore, altre contro e altre abbastanza neutre. Forse è ancora presto e si hanno ancora pochi dati e poca esperienza per riuscire a dare risposte certe, mi dicevo.

Nel frattempo lo sviluppo di Sinba andava avanti, così come la mia esperienza con i dispositivi tecnologici.

 

Dopo Natale scopriamo di aspettare il secondo figlio, Riccardo, e ci confermano che ci hanno presi al programma di Italia1. Presenteremo la nostra azienda davanti a milioni di persone! Figata!

A marzo registriamo il programma TV e Sinba vince 250.000€ e uno degli investitori diventa nostro socio, almeno in teoria.

Sinba fa un altro passetto in avanti.

A fine maggio va in onda il programma ed è subito boom di richieste, chiamate, messaggi. Bella la tecnologia e i social, penso, ma la TV ha ancora il suo peso! Si aprono tante nuove opportunità e Sinba fa un altro passetto avanti. Filippo ha ormai 15 mesi e sempre più dimestichezza con lo smartphone, che ormai sa anche tenere in mano da solo, quindi con Francesca decidiamo di non lasciarglielo più, se non altro per paura che buttandolo per terra lo possa rompere. Quell’estate lì era in piena fase “butto tutto giù dal seggiolone, ti guardo e rido”.
Fa ancora in tempo a scattarsi un selfie.. a 15 mesi.. ?

Eccolo.

 

Intanto le mie ricerche e le mie letture vanno avanti e, accoppiata all’esperienza che sto facendo anche grazie a Sinba inizio a farmi un’idea sulla questione bambini e tecnologia.

Ad ottobre nasce Riccardo, i soldi del programma TV non ci sono ancora arrivati e noi abbiamo fatto degli investimenti contando su quei soldi, quindi troviamo un nuovo investitore (qui la semplifico ma c’è voluto tempo e non è stato affatto facile). Faccio il pendolare (in macchina, con 500km ad andare e 500km a tornare) per 4 mesi, terminati i quali riceviamo finalmente l’investimento. Riccardo ha 4 mesi e anche lui inizia il suo iter tecnologico come il fratello, a partire dal tasto home.

 

Ormai è chiaro che c’è qualcosa, anche se le informazioni in giro sono poche. Sebbene 2 su 2 non sia una base statistica sufficiente, e nemmeno lo sono le poche decine di mamme e papà con cui ho parlato, però la forza di questa attrazione è troppo forte per non considerarla.

 

Continuo a leggere e studiare e inizio anche a conoscere altre persone e professionisti che hanno iniziato a porsi le mie stesse domande e insieme ne nasce un confronto molto costruttivo con il quale lentamente i puntini iniziano ad unirsi.

 

Le cose in Sinba, però, iniziano a non andare molto bene. I soldi stanno finendo e troviamo difficoltà ad entrare sul mercato. I nostri clienti sono molto interessati, ma troppo grandi e lenti per i nostri tempi e le nostre esigenze e noi troppo piccoli e instabili per le loro.

 

Quell’estate parto dal mare per andare a trovare un quasi cliente che vuole modificare il preventivo prima di firmare e iniziare il progetto; abbiamo già fatto tutto. Arrivo in ufficio e facciamo quello che dobbiamo fare, ma non firma. Capisco che la nostra tecnologia è figa ma non basta.

 

A settembre iniziano le rate del tetto del palazzo dove vivo con la mia famiglia, un colpo fortissimo alle nostre finanze ormai prosciugate dagli investimenti fatti in Sinba.

A fine anno, dopo averle provate veramente tutte e anche di più, inizio la procedura di messa in liquidazione della società, e i primi dell’anno la società viene chiusa.

 

A quel punto la società non c’è più, i debiti invece si e le spese superano di gran lunga le entrate. Tra asili nido per due, cibo, bollette e rate del tetto siamo in difficoltà. Mi cerco un lavoro ma ai colloqui (pochi) che riesco ad ottenere i miei intervistatori si spaventano di me. Troppo giovane per le esperienze che ha, già manager di multinazionale, 2 aziende di cui una venduta e una fallita, “questo viene qua e ci rivolta l’azienda come un calzino, o fra 6 mesi apre una nuova azienda e ci lascia a piedi”, pensano (e alcuni, per fortuna, mi dicono). Il colloquio “migliore” che ho è per uno stage a 600 euro di rimborso per 6 mesi a 45 minuti di macchina da casa mia. In pratica l’intero guadagno andrebbe in benzina.

 

Non mi abbatto (non è vero, mi abbatto un casino, ma provo a reagire) e mi ricordo di avere tanti contatti interessanti. Aver avuto un’azienda, degli investitori, essere stato in TV e aver partecipato a numerosi eventi mi ha permesso di conoscere molte persone e farmi apprezzare e stimare da molti. Faccio un elenco e inizio a sentirli. Si tirano quasi tutti indietro. In pochi provano ad aiutarmi come possono, ma nessuno può offrirmi un lavoro.

 

Inizio a sentirmi un fallito e a mettere in dubbio le mie capacità. Non so più cosa so fare e penso di non essere capace a fare nulla.

Poi grazie a mia moglie e ai miei figli capisco quali sono le cose importanti della mia vita e dove devo cercare la mia felicità e dove invece non devo cercarla.

Mi sento amato e voluto per quello che sono, non per quello che posso aver fatto o no di buono.

 

Basta quello e riparto.

Trovo un bel lavoro ben pagato, dove ritrovo fiducia in me stesso e nelle mie capacità e finalmente trovo il coraggio e l’ispirazione per raccontare ai miei figli cos’era successo alla mia azienda e soprattutto che era fallita l’azienda di papà ma non papà.

 

Da quando Filippo è piccolo ogni sera o mia moglie o io leggiamo ai nostri figli una fiaba prima di andare a dormire, per cui penso che sia questo il linguaggio giusto per raccontare loro questa cosa, perché penso possa essere il modo migliore per entrare nel loro mondo e riuscire a spiegare un concetto un po’ complicato in maniera semplice.

Tutt’oggi non so cosa i miei figli abbiano capito di quella fiaba e di quella vicenda, forse poco, forse niente, forse solo che papà ha perso qualcosa a cui teneva ma che papà continua ad esserci, ma sono sicuro che in fondo qualcosa gli è rimasto. Anche solo l’attenzione che papà ha avuto nei loro confronti di calarsi nel loro mondo per comunicargli una cosa per lui importante e sono sicuro che all’occorrenza anche i miei bimbi sapranno apprendere da questa vicenda e tirare fuori ciò che hanno visto.

In qualche modo Filippo lo ha già dimostrato poche settimane fa quando ha fatto un disegno per una sua amica. Spesso io e i miei figli facciamo dei disegni da regalare alla mamma o compriamo o raccogliamo dei fiori per lei. Non ho mai detto loro che bisogna fare i regali alle persone cui si vuole bene, ne che al compleanno si fanno regali, eppure Filippo qualche settimana fa ha fatto un disegno senza dirci niente. La sera poi, prima di andare a dormire, mi ha fatto vedere cosa aveva disegnato per la sua amica e mi dice: “guarda papi, ho fatto un disegno per Martina. Sabato è il suo compleanno ma io glielo do già domani”. Filippo non ci aveva chiesto di andare a comprare un regalo per la sua compagna di classe, ma le voleva regalare qualcosa di suo. Aveva pensato ad un disegno per dirle che le voleva bene. Non perché noi gli avessimo detto che si fa così, ma perché aveva visto che per la mamma a volte avevamo fatto così.

Mi auguro che con questa fiaba sia la stessa cosa. Non gli ho insegnato niente, ho solo fatto loro vedere come mi sono calato nel loro mondo per comunicargli una cosa che avevo scoperto e sono certo che ora questa cosa ce l’hanno dentro. Poi potranno decidere di non utilizzarla, ma intanto gli è entrata dentro.

 

Quindi scrivo questa fiaba ma poi penso che Filippo e Riccardo sono quei bimbi che a 3 mesi ridevano dopo aver acceso la luce del mio iPhone e a 6 mesi ridevano per aver fatto swipe fra le foto, per cui a dei figli nativi digitali la fiaba non puoi farla su un foglio di carta, ma deve diventare un video sui social.

Trasformo quindi questa storia in un video animato (in un modo che è meglio non scrivere nero su bianco, ma appena ci vediamo te lo racconto) e la carico online. Nel giro di poche ore il video diventa virale finendo su praticamente tutti i giornali, le radio e le TV nazionali.

 

Il mio telefono ed i social iniziano ad impazzire, ricevo decine di chiamate da giornalisti che vogliono intervistarmi e migliaia di messaggi di persone che hanno visto la mia storia o le interviste e vogliono offrirmi un lavoro o una collaborazione e moltissimi mi raccontano le proprie storie di fallimento e quelle dei loro cari ben più pesanti e dolorose della mia.

Mi sento un privilegiato. Ho vissuto una circostanza dolorosa da cui sono riuscito ad imparare tantissime cose senza avere conseguenze troppo pesanti sulla mia vita e su quella della mia famiglia e il solo fatto di aver avuto il coraggio di raccontarlo, superando il tabù del fallimento, ha dato fiducia a migliaia di persone che hanno sentito il bisogno di condividere con me le loro difficoltà e le loro sofferenze.

Vorrei poter aiutare tutte queste persone ma non ho strumenti per farlo. Capisco che c’è un bisogno ma sono un animale ancora troppo ferito per prendermi cura degli altri e ho bisogno di ritrovare sicurezze personali, professionali ed economiche.

 

Accetto un lavoro in un’azienda come responsabile della comunicazione e in poco tempo curo le ferite, ritrovo le forze e inizio a saldare i miei debiti.

 

Nel frattempo vengo chiamato per raccontare la mia storia nei più importanti eventi italiani ed internazionali come il TEDx, il festival internazionale del giornalismo, Confindustria, European House Ambrosetti, molte prestigiose università e molti altri eventi dove presento “Il successo di un fallimento”. Finalmente riesco ad essere un pochino utile ad alcune delle persone che incontro, con la sola forza della testimonianza. Altro non posso fare.

Chiaramente arrivano anche le prime critiche di chi non crede nella bontà della mia iniziativa e cerca disperatamente un motivo di indignazione. Ne ricordo, con enorme simpatia ed un pizzico di orgoglio, due in particolare:

La prima è quella di un ragazzo che scrive in un commento che si vedeva già la classica storia all’italiana dove uno che ha fallito verrà elevato ad eroe nazionale e sarà invitato da tutte le università a portare la propria testimonianza. Rispondo al suo commento con un semplicissimo ed estremamente sincero “magari, sarebbe una figata”! Rimane un po’ basito e non risponde più, ma quando vengo invitato in Luiss a Roma la prima cosa che dico ai ragazzi è la gioia di poter essere lì quel giorno a poter raccontare la mia storia e racconto la profezia del commento di quel ragazzo.

La seconda invece, arriva da un ragazzo che si chiede e mi chiede chi io sia, se un esperto di fallimento o scrittore di fiabe. Gli rispondo che non sono nessuno dei due ma semplicemente che ho raccontato ai miei figli che non è fallito papà ma solo l’azienda di papà e che sinceramente spero di non diventare un esperto di fallimenti. Resta talmente spiazzato da scusarsi per il commento invitandomi a cancellarlo. Ovviamente non lo faccio perché trovo sia ancora più bello che si sia accorto di aver esagerato e abbia cercato di rimediare. Ora è uno dei miei fedelissimi che segue tutte le mie iniziative!

 

Tante realtà iniziano a chiedermi di usare il format della video fiaba per raccontare altre storie. Da media e giornali ad aziende fino a personaggi dello spettacolo e dello sport.

Accetto pochissimi lavori perché il tempo è poco e la mia priorità è nell’azienda dove lavoro ma ogni tanto qualche altra video fiaba riesco a pubblicarla e capisco che queste piccole storie che racconto sono utili a molte persone che si ritrovano nei personaggi della storia e le usano per trasmettere quei valori ai propri figli e, a volte, per ricordarli anche un po’ a se stessi.

 

Piano piano capisco che i puntini si stanno unendo e che forse posso essere utile ad alcune persone. A quei genitori che hanno a cuore l’educazione dei propri figli e vedono nelle mie fiabe uno strumento con cui trasmettere loro alcuni valori.

 

Durante l’estate dello stesso anno, dopo aver raccontato la mia storia in circa 50 eventi (che esperienza pazzesca! tutti dovrebbero avere la possibilità di fare una cosa del genere) e aver pubblicato qualche altra video fiaba, mi contatta il direttore dell’Agenda Digitale per chiedermi di fare una fiaba per ricordare agli adulti e spiegare ai bambini che la tecnologia può essere anche un’opportunità e non solo un pericolo.
Resto di stucco. “Ma è esattamente quello che voglio fare”! gli rispondo. È proprio quello che ho capito guardando i miei figli nativi digitali ed è quello che sto studiando, e forse posso “sfruttare” il linguaggio della video fiaba per farlo.

Mi metto subito al lavoro sfruttando le vacanze estive, mando il testo al direttore e mi risponde con un complimento talmente bello che non ve lo scrivo sennò sembro autoreferenziale 🙂

 

Prima ancora di pubblicare il video mi chiede di farne altri, sempre sullo stesso argomento, ma affrontando aspetti diversi e durante le nostre chiacchierate di confronto nasce l’idea di fare una video rubrica dove raccontare le cose che sto studiando e soprattutto quelle che sto vedendo con i miei figli. Tutti gli errori che facciamo quotidianamente mia moglie ed io e le poche cose che riusciamo, per grazia, ad azzeccare.

 

A questo punto sarai contento di leggere il lieto fine della storia:

Un papà che racconta ai figli del fallimento dell’azienda con una video fiaba, che ha il desiderio di aiutare le migliaia di persone che gli raccontano le loro difficoltà ma non sa come fare, che ha l’opportunità di raccontare la propria storia nei tanti eventi in cui viene invitato ma che capisce che non è abbastanza, che vede che la tecnologia sta cambiando i figli e studia come affrontare questa cosa perché non ha idea di come gestire questa rivoluzione, a cui chiedono di unire le due cose ed usare le video fiabe, la propria esperienza nel mondo della tecnologia, il proprio studio e la propria testimonianza per aiutare i genitori ad essere più sereni e felici di fronte alla sfida educativa dei figli all’uso della tecnologia, perché possano crescerli più felici.

 

Sarebbe un bellissimo lieto fine, e in fondo lo è perché sono felice di questa opportunità che ho, ma in verità è più un buon inizio, perché ora c’è da combattere contro una società che ci vuole sempre più perfetti e performanti, contro genitori inconsapevoli dei rischi e delle opportunità che la tecnologia offre e contro delle istituzioni che non hanno ancora capito che devono supportare la scuola e le famiglie con strumenti, innovazione ed investimenti affinché si possano preparare i nostri figli ad affrontare la vita che li aspetta.

Per questo adesso desidero davvero usare tutte le mie competenze, la mia creatività e le mie forze per realizzare strumenti, contenuti ed eventi che possano aiutare i genitori nell’educazione dei propri figli ad un uso consapevole della tecnologia in modo che possano essere più sereni e felici di fronte alla sfida educativa dei figli, perché possano crescerli felici. E per fare questa cosa non posso essere da solo, ma solo insieme possiamo raggiungere questo ambizioso obiettivo!

Raccontami la tua esperienza e la tua storia e aiutami a diffondere questo nostro messaggio!